Social Privacy?

Questa è la prima parte di una mia riflessione sulle “grandi paranoie informatiche“; non vuole presentarsi come verità assoluta o come manuale su come dovrebbe girare il mondo, ma chiarisce i miei pensieri in merito a questi argomenti. Non è neanche frutto dell’esperienza maturata in anni di lavoro nel campo dell’informatica, solo di quella personale da “web surfer“. So che il contenuto di questo articolo può essere considerato controverso o non condivisibile, ma almeno nel mio blog mi permetto di scrivere la mia opinione.

L’argomento di oggi? La privacy nei Social Network.
Se ne è parlato e stra-parlato: quali sono i rischi, quali sono le norme, quali sono le difese, come applicarle; il mio pensiero però si trova a monte di tutto questo: cosa condividiamo sui social network?

Proviamo a categorizzare i contenuti.

A) Ricondivisione di contenuti di altri utenti
B) Contenuti personali pubblici
C) Contenuti personali destinati agli amici
D) Contenuti personali privati

Quando parliamo di tipo A ammettiamolo: ce ne freghiamo altamente; raramente ci soffermiamo a pensare alla privacy in relazione a foto, video, link e testi pubblicati da pagine, conoscenti o amici. Magari queste persone avrebbero voluto condividere quei post solo con noi e ora, grazie alla noncuranza dei follower (o magari proprio la nostra) che in un mondo digitale sempre più frenetico ricondividono un contenuto senza prima aver nemmeno finito di visualizzarlo, è praticamente di dominio pubblico.

Il tipo B sembra facile (se l’ho condiviso pubblicamente mi va bene così no?)… eppure voglio analizzare un caso particolare. Cosa fareste se vi capitasse di vedere pubblicato on-line, su un social network o su una pagina esterna, un vostro contenuto, magari senza fonte dichiarata? Certo, è sempre possibile chiedere a chi ha effettuato la condivisione “pirata” di eliminare il post o dichiarare la fonte… ma se il nostro contenuto era pubblico e senza copyright, ci si può solo appellare al buon senso (HAHAHAHA) dell’altra persona senza poterci lamentare con nessuno.

Dopo aver parlato del tipo A è normale pensare che il tipo C sia la stessa cosa, ma al contrario: possiamo solo sperare che amici e conoscenti non ricondividano allegramente ciò che abbiamo destinato solo a loro, ma non posiamo certo arrabbiarci e tenere il broncio se quacuno, navigando nei social nei cinque minuti di pausa non si sofferma a ragionare sul tipo di condivisione applicata ad ogni post che legge.

Infine arriviamo al tema più scottante: il privato. Destinato a pochi intimi, non vogliamo che venga nemmeno captato dai semplici conoscenti. Quindi a questo punto comincia la grande paranoia, quasi più temibile del furto dei documenti nel portafoglio: “Ma il social è in grado di garantire davvero la privacy? E cosa succede se QUALCUNO (Altri utenti? Il social? Il governo? L’NSA?) lo vede?“.
Qui voglio fermarmi per parlare un attimo della vita reale: quando abbiamo qualcosa di personale da dire o da mostrare a un piccolo gruppo di persone, che garanzie abbiamo che tutti rispettino la nostra riservatezza? Facciamo un esempio: siamo nella saletta privata di un albergo e distribuiamo una foto personale a 5 persone; il giorno dopo una copia di questa foto è nelle mani di tutti i conoscenti. La colpa è dell’albergo?
Se non possiamo fidarci al cento per cento di una persona nella vita di tutti i giorni è stupido pensare che tramite internet, dove siamo nascosti dietro a uno schermo, siano tutti “onesti” e rispettosi delle netiquette.
Internet non è un luogo privato, è una piazza; possiamo sempre farci da parte e parlare a bassa voce con un conoscente sotto il portico più oscuro, ma non saremo mai veramente sicuri che nessuno stia origliando. Detto questo capirete perchè ritengo sia inutile farsi paranoie sulla privacy dei social network.

Lasciamo perdere per un attimo la categorizzazione da me effettuata e le effettive capacità tecniche dei social media; secondo me la domanda principale che dobbiamo porci quando stiamo per pubblicare un contenuto su una qualsiasi pagina internet è: “Posso mostrarlo tranquillamente o ho paura che venga visto da qualcuno che non sia l’effettivo destinatario?
Se la risposta è no, non pubblichiamolo. Non vale la pena vivere nel terrore (so che sembra esagerato ma ho visto persone cadere nella paranoia per una foto pubblicata, indecisi se lasciarla online o cancellarla, persi in un limbo di insicurezza) per un social network, quando questo dovrebbe essere usato per condividere semplici messaggi con il resto del popolo della rete.

Tutto questo per dire: non dico che tutti debbano fare come me (solo contenuti pubblici su qualsiasi network senza limitazioni di sorta), ma di rilassarsi e prendere internet per quello che è, ovvero una rete di scambio dati.
Ora siete liberi di assalirmi con i commenti 😀

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Pokémon è solo un gioco per bambini?

Diverse volte ho sentito per strada o letto nella rete la frase “Io non gioco coi Pokémon perchè è roba per bambini”.
Alla lunga questa frase mi ha fatto riflettere così ho deciso di mettere su carta i miei pensieri a riguardo.
Analizzando velocemente questa serie di videogiochi il primo elemento che balza all’occhio è il comparto grafico molto “fumettoso”; l’aspetto delle ambientazioni, dei personaggi e degli stessi pokémon è chiaramente stato realizzato per far colpo non sul pro gamer ma su categorie differenti di persone.
Ho scritto persone e non giocatori, questo perchè nella mia esperienza personale ho visto bambini, ragazzi, ragazze, padri e madri di famiglia che non avevano mai utilizzato un videogame cominciare la loro “carriera ludica” proprio grazie ai primi titoli di questa serie.
La domanda che mi è sorta spontanea dopo questo pensiero è stata: basta un comparto grafico fumettoso per provocare l’innegabile successo che hanno avuto i videogiochi dedicati ai Pokémon?
Questo quesito diventa ancora più importante quando ci rendiamo conto che una grossa fetta di appassionati non rientra certo nella categoria “bambini”; come mai un adulto si appassiona a un titolo del genere?
La risposta secondo il mio parere si può trovare solo se non ci si sofferma solo sull’apparenza (comparto grafico) ma si analizza anche la meccanica di gioco, che è in tutto e per tutto quella di un JRPG.
Per chi non mastica molto le sigle vuol dire che è un gioco di ruolo in stile giapponese, con combattimenti (casuali e non) a turni basati sui parametri dei combattenti; un esempio del genere è la famosissima serie Final Fantasy.
Pokémon non ha la trama o la profondità di altri JRPG, ma ha comunque avuto un successo a livello mondiale, coinvolgendo non solo la fascia di popolazione a cui era destinato.
Per svelare questo mistero subentra un elemento che manca a moltissimi altri giochi: il collezionismo. L’obiettivo di questo titolo non è risolvere un mistero o sconfiggere un nemico finale; questi sono elementi che, quando presenti, passano in secondo piano di fronte al vero e unico traguardo: collezionare tutti i pokémon.
Inizialmente questo può sembrare un obiettivo fin troppo semplice, ma dopo poco tempo di gioco ci si accorge dell’impegno che questo compito comporta: cercare ogni specie (dalla più comune alle più rare), allenare ogni singolo pokémon per farlo evolvere, scambiare gli elementi mancanti con altri giocatori.
Tutto questo non si può certo svolgere in poche ore di gioco, rendendo Pokèmon molto longevo e impegnativo, una sfida degna anche di un pro gamer.
Non dimentichiamoci inoltre della strategia richiesta nei combattimenti: pur essendo semplice è riuscita a intrigare moltissimi giocatori i quali sono arrivati a stendere tabelle dei tipi con le loro relative forze e debolezze in modo da sapere quale pokèmon o mossa ultilizzare al momento giusto.
Eppure la serie viene considerata ancora “un gioco per bambini”; ho visto tre tipi di persone fare questa affermazione: giocatori a cui non piace il genere (giustissima questione di gusti) e lo considerano poco stimolante, giocatori che si fermano all’apparenza senza nemmeno provare il titolo e infine persone che dopo averci giocato per qualche tempo si sono rese conto di non avere voglia di dedicare così tanto tempo e impegno a un gioco, cercando quindi una scusa per non ammettere di essersi arrese.
Ci saranno molte altre ragioni ma queste sono le più comuni nella mia esperienza, il che mi ha portato a un’ultima riflessione: se una serie di collezione e strategia di questo tipo viene considerata con leggerezza un gioco per bambini, allora sono fiero di essere definito un “bambino troppo cresciuto”.

Secondo loro sarei satanista

Ogni tanto, con mio sommo stupore, mi capita di leggere articoli giornalistici riportanti attacchi della chiesa ed inquisizioni varie; una cosa giustissima, potrebbe dire
qualcuno, se l’oggetto di tali manovre non fossero romanzi per bambini, giocattoli e cartoni animati.
Ebbenesì, mentre in tutto il mondo civilizzato la vita frenetica porta una buona parte degli adulti (e tristemente anche una piccola parte di adolescenti) a crisi maniaco-depressive che spesso sfociano in gravi lesioni a se stessi o, nel caso peggiore, agli altri, una delle poche cose che permette alla mente di svagarsi conservando così un pizzico di sanità, la fantasia, viene incessamente attaccata dalla nostra religione.

La saga per bambini “Harry Potter” narra di un ragazzino che scopre di essere un mago; per la chiesa, questo è un chiaro richiamo all’esoterismo ed alle pratiche demoniache. Non conta nulla se il giovane Harry rischia la sua vita per difendere i suoi amici ed il mondo da maghi oscuri (malvagi), promuovendo la lotta del bene contro il male e valori NECESSARI alla crescita di un ragazzo come l’amicizia e la lealtà.

Il gioco di carte collezionabili “Yu-Gi-Oh!” (ed altri prodotti simili) consentono di sfidare altri giocatori utilizzando mazzi di carte speciali rappresentanti mostri e magie. Chiari esempi di pratiche demoniache? Oppure espedienti di fantasia in cui un ragazzo sviluppa le capacità logiche ed acuisce la mente nel tentativo di sviluppare nuove strategie; se la vediamo da questo punto di vista, anche il gioco  degli scacchi (il quale simula una guerra tra due eserciti) istigherebbe all’omicidio.

La serie videoludica “Final Fantasy”, come tanti altri videogiochi, è stata censurata da alcune religioni visto che nei suoi contenuti figurano magie, evocazioni, demoni e streghe; ovviamente non interessa a nessuno che ogni capitolo valorizzi l’amore, la lotta contro i malvagi, contro le tirannie ed il razzismo. Ai giovani d’oggi queste cose non servono.<br>

Nel fumetto giapponese “Berserk”, oltre ai classici “richiami all’esoterismo”, troviamo anche delle critiche alle religioni in generale; CENSURA MASSIMA! BLASFEMIA! Probabilmente è bastato questo agli inquisitori. Se avessero però letto tra le righe, avrebbero notato che il chiaro messaggio che traspare è la critica al fanatismo religioso, che ha portato nel medioevo (e a quanto pare permane tutt’oggi) alla caccia alle streghe, alla censura di libri importanti e scoperte scientifiche fondamentali; rispondendo a questa critica con una censura, si sono praticamente presi per i fondelli da soli, o sbaglio?

“I Pokèmon sono satanici”. Questa non serve nemmeno commentarla.

Potrei andare avanti ore a portare esempi di questo tipo, dagli esempi più lampanti, a quelli più ridicoli (ho letto recentemente una critica al logo del cartone animato “Dragon Ball”: la lettera “o” viene rappresentata da una sfera contenente 5 stelle, “chiaro” richiamo al pentacolo satanista…. qui vuol dire andare a cercare il pelo nell’uovo!), ma tanto non verrei ascoltato. Perchè, come la storia ci insegna, ogni volta che l’argomento è stato portato alla luce in articoli giornalistici, romanzi, canzoni o film, l’autore è sempre stato contrassegnato come eretico.
Ecco che cosa ci insegna tutto questo: non sei d’accordo con la religione? Sei un satanista.

Nel frattempo rischiamo di negare ai bambini (ed agli adulti che si concedono ancora qualche sogno) il regno della fantasia, lasciandoli ad un mondo in cui ad ogni notiziario si parla di malavita, violenza, stupri e terrore.

Concludendo, volevo riflettere sulla mia condizione: ho una bella famiglia, tantissimi amici, un buon lavoro; non mi sembra di aver mai fatto del male a nessuno, anzi, se posso aiuto volentieri il prossimo.
Ma nel contempo leggo letteratura fantasy, gioco a numerosi videogiochi dello stesso genere ed a giochi da tavolo come Yu-Gi-Oh; trovo anche simpatici i Pokèmon.

Sono un satanista? Non lo sapevo.

Un confronto

Medioevo

Mia adorata
vi porgo le mie scuse per avervi fatto attendere così a lungo una mia risposta, spero che il vostro cuore troppo non abbia sofferto per causa mia.
Bramo di vedervi come bramo l’aria che respiro, il vostro viso è per me fonte di gioia e di quiete.
Vi aspetterò come sempre sulla cima del colle così che si possa vedere insieme le stelle, nonostante le stelle più luminose in questo grande universo siano i vostri occhi.
Attendo con trepidazione il nostro incontro.
Per sempre vostro.”

Oggi

Ola bella! Sry x ieri ma finito credito. Stasera disco? Vestiti figa risp.

Considerazioni

Sarò io che sono fissato, ma col tempo qualcosa, sulla strada del progresso, l’abbiamo perso.
E non venitemi a dire che siamo solo noi uomini ad ever perso il romanticismo! Purtroppo anche molte ragazze hanno perso di vista questo ideale; l’ultimo sabato sera che sono uscito le ragazze più romantiche che ho visto erano quattro scalmanate che se la tiravano come degli elastici, ma ballavano modello “New Ballo del Qua Qua Hip Hop”… così romantiche che più che un campo di rose illuminato dal tramonto mi ricordavano la pubblicità dell’Anitra WC!!!